Utopie

21 marzo 2012

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Ho deciso di andarci in treno a Lodz, partendo da Berlino. Un Eurocity fino a Kutno, senza sorprese, standard europei  (d’altra parte avrebbe raggiunto Varsavia). E poi un regionale per Lodz che, senza retorica, si poteva definire “di altri tempi”, attraverso una campagna che di tanto in tanto ti faceva intravedere un villaggio e incontrare una stazione. E stazioni abbandonate alle quali il treno si fermava ugualmente, e scendevano viaggiatori che prendevano un sentiero verso il villaggio, che credevi di vedere giù in fondo.

Ci sono economisti ai quali piace un’espressione – e anche il mondo che anticipa – perché la propopongono come paradigma di intervento: “space-blind policies”. Che è come dire che ci sono gli individui ma non i luoghi. Ci sono solo “non-luoghi”, dai quali si parte e ai quali si arriva senza fatica, senza nostalgie – senza costi. Ma, certo, per scelta individuale. Ma in questi villaggi tra Kutno e Lodz sarei sceso a chiedere ai viaggiatori che lasciavano il treno se volevano essere aiutati ad andarsene da lì o aiutati a restare lì. E dov’era – e cosa era -  la loro libertà di scelta. Se quello era un luogo oun  non-luogo per loro.

Ma avevo già viaggiato in Germania Orientale, di città in città, e venivo da Berlino. Venivo da un mondo – da un capitalismo, dopo tutto – di “space-based policies”. Venivo da luoghi, ricostruiti quando necessario e rispettati.

Avremo anche bisogno di utopie, ma un mondo generato da ‘space-blind policies’ che mondo sarebbe? Per ora, si lascia un luogo, per tante ragioni, sperando che ad accoglierci ci sia un altro luogo: e qui in Europa, almeno, per ora, li troviamo.


Tornando a L’Aquila

12 marzo 2012

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Tornerò a L’Aquila, tra qualche giorno, per partecipare a una riflessione sul futuro di questa città, sulla sua ricostruzione sociale ed economica: un Forum pubblico per presentare e discutere le valutazioni preliminari di un gruppo di lavoro OCSE-Università di Groningen  che sta studiando l’Abruzzo e L’Aquila, per capire che cosa si possa fare per rimettere questo territorio su una soddisfacente traiettoria di sviluppo.

L’Aquila era in una fase di stagnazione economica già prima del terremoto del 2009.  Era una città – come tante altre in Italia – che nei decenni precedenti non aveva neanche provato a manutenere la sua struttura sociale, la sua capacità generativa. Aveva seguito una moderata traiettoria di crescita economica, ma la sua evoluzione strutturale preparava un futuro incerto.  E quando è arrivato il terremoto non aveva alcuna capacità di reazione. Certo è difficile reagire a un evento così distruttivo e  tragico, ma sarebbe bastato molto meno, uno shock esogeno di natura sociale  o economica anche molto più debole per far emergere le sue carenze sistemiche, la sua mancanza di resilienza.

Nel prossimo decennio saranno molte le città italiane che si accorgeranno di non avere una struttura capace di generare l’innovazione sociale ed economica che servirà – che servirà per mantenersi su una traiettoria di sviluppo sostenibile nel nuovo contesto (di fatto) competitivo e sullo sfondo delle meta-preferenze che prendono forma nella società europea. Ma di manutere le nostre città – nella loro dimensione fisica e sociale, nella qualità della loro scena urbana e della loro vitalità  – non ci siamo preoccupati.

Possiamo cominciare ora, certo (ma non ci sono segni che abbiamo intenzione di farlo, qui in Italia). E comunque ci vorranno anni, perché l’evoluzione strutturale di una città prende corpo nel “tempo storico” e non, come ci piace credere, nel “tempo logico”. Sono anni da contare, un tempo più lungo del “ciclo politico” che ancora orienta le scelte politiche.

E poi bisogna crederci. La società locale ci deve credere, la società nazionale ci deve credere, nel progetto che L’Aquila diventerà una città moderna restando antica. E crederci significa allocare il sovrappiù urbano immaginando il futuro (che comunque arriverà).

Come ci credevano a Weimar e a Jena – e nelle altre città della Germania Orientale – nel 1996, quando le ho visitate per la prima volta – ed erano città devastate da decenni di carenza di investimenti e da una crisi economica avvilente, seguita allo smantellamento della base economica dopo la Riunificazione. Ma ci credevano che sarebbero rinate e sono rinate, aiutate da altre città tedesche, aiutate dall’Unione Europea – perché la “coesione territoriale”  non è semplicemente un obiettivo, ma un carattere costitutivo della nostra identità , che è ancora lì, anche se vacillante.


Città nel tempo

9 marzo 2012

Altenburg

Ho scattato questa foto nel 1998 ad Altenburg – in Turingia, nella Germania Orientale. Una città di origine antiche, oggi di 35.000 abitanti. Una delle tante piccole città che troviamo nei confini interni dell’Europa.

Ho scattato la foto in analogico ma mi resta solo un file digitale a bassa risoluzione. Ma la mancanza di dettaglio racconta bene l’impressione che ho avuto arrivando lì una domenica pomeriggio, in una delle tante esplorazioni del paesaggio della Germania Orientale che ho fatto durante un lungo soggiorno di lavoro – di ricerca e insegnamento – a Jena.

Mostro sempre questa foto quando devo discutere in pubblico del tema delle “traiettorie di sviluppo di lungo periodo delle città” – quando devo parlare di “città nel tempo”.

Altenburg – e tante altre città della Germania Orientale – in quegli anni cercava di sopravvivere, di reagire allo sgretolamento della sua base economica che la Ri-unificazione aveva determinato. La città era già stata abbandonata da molti dei suoi abitanti, partiti in cerca di lavoro (e di altri paesaggi) verso la Germania Occidentale – qualcuno magari verso Lipsia o Berlino, che non erano lontane ma che non avevano molto da offrire neppure loro. Altenburg aveva avuto un prima e un dopo la Ri-unificazione ma la domanda più importante, per me che la visitavo da economista, riguardava il suo futuro,  ed era capire quale sentiero di sviluppo avrebbe seguito negli anni successivi.

Altenburg e l’intera Germania Orientale non erano state abbandonate dalla società tedesca, e uno straordinario piano di sostegno economico era già in attuazione nel 1998. Quando ho scattato questa foto stavano già ricostruendo la città, restaurando la sua fisicità, rinnovando i suoi spazi pubblici. Ti potevi chiedere per chi la stessero ricostruendo, considerando in quanti la stavano lasciando o l’avevano già lasciata. Ma erano certi che la città avrebbe avuto un futuro economico, sarebbe stata presto abitata come un tempo. Oppure ad Altenburg, come nelle altre città della Germania Orientale, la ricostruzione fisica era un omaggio all’identità dei luoghi e alla loro storia. Un omaggio da fare, comunque.

Quest’anno ho intenzione di tornare in questa città, per vedere come è stato il suo futuro.


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