Ho deciso di andarci in treno a Lodz, partendo da Berlino. Un Eurocity fino a Kutno, senza sorprese, standard europei (d’altra parte avrebbe raggiunto Varsavia). E poi un regionale per Lodz che, senza retorica, si poteva definire “di altri tempi”, attraverso una campagna che di tanto in tanto ti faceva intravedere un villaggio e incontrare una stazione. E stazioni abbandonate alle quali il treno si fermava ugualmente, e scendevano viaggiatori che prendevano un sentiero verso il villaggio, che credevi di vedere giù in fondo.
Ci sono economisti ai quali piace un’espressione – e anche il mondo che anticipa – perché la propopongono come paradigma di intervento: “space-blind policies”. Che è come dire che ci sono gli individui ma non i luoghi. Ci sono solo “non-luoghi”, dai quali si parte e ai quali si arriva senza fatica, senza nostalgie – senza costi. Ma, certo, per scelta individuale. Ma in questi villaggi tra Kutno e Lodz sarei sceso a chiedere ai viaggiatori che lasciavano il treno se volevano essere aiutati ad andarsene da lì o aiutati a restare lì. E dov’era – e cosa era - la loro libertà di scelta. Se quello era un luogo oun non-luogo per loro.
Ma avevo già viaggiato in Germania Orientale, di città in città, e venivo da Berlino. Venivo da un mondo – da un capitalismo, dopo tutto – di “space-based policies”. Venivo da luoghi, ricostruiti quando necessario e rispettati.
Avremo anche bisogno di utopie, ma un mondo generato da ‘space-blind policies’ che mondo sarebbe? Per ora, si lascia un luogo, per tante ragioni, sperando che ad accoglierci ci sia un altro luogo: e qui in Europa, almeno, per ora, li troviamo.

Pubblicato da agcalafati 
