Come fai ad amarla, Milano?

1.

Tu non ami Milano!” – mi è stato autorevolmente rimproverato (alla fine di un seminario, l’anno scorso). “Tu non ami L’Aquila!” – mi era stato altrettanto autorevolmente e formalmente rimproverato qualche settimana prima. Proprio alla fine dei quattro lunghi anni che avevo completamente dedicato alla ricostruzione della città (e non mi ricorso più che cosa mi ha spinto a farlo). Ma se sollevavi qualche dubbio sul modello di ricostruzione in tutta evidenza per l’elité (sic) politico cuturale locale “non amavi L’Aquila.” L’Aquila l’amava, certo, chi si voltava dall’altra parte (e continua a farlo).

2.

Comunque, a Milano passo una parte del mio tempo e l’ho amata come tutti gli italiani della mia generazione. Ma Milano è cambiata e ci sono cose che non si sopportano più.

Difficile sopportare, ad esempio, un Sindaco che chiede qualche camionetta dell’Esercito Italiano in Piazzale Loreto e dintorni (per fare cosa?) e però dichiara orgoglioso che al referendum per una maggiore autonomia della Lombardia e del Veneto voterebbe e farebbe votare a favore. Che si dimentica che l’Expo è stata una decisione del Governo Nazionale a portarla a Milano (perché non l’hanno portata a Napoli, invece?) quando chiede maggiore autonomia.

Ma che Milano diventi una città-stato – e che si prenda la responsabilità della sua area metropolitana e si faccia il suo esercito!

Difficile sopportare, ad esempio, che per giustificare i deludenti numeri dei visitatori della  fiera “Tempi di libri 2017” – deludenti se comparati con quelli del Salone del Libro di Torino – si senta affermare che il confronto andrebbe fatto con i visitatori del Salone del Libro edizione 1988. Dalla città del nostro Illuminismo non ti aspetti una schiocchezza del genere. (Si potrebbe comuque ricordare  che l’area metropolitana di Milano – e quindi il bacino di utenza di base dell’evento – è tre volte più grande di quella di Torino!)

E poi: c’era bisogno di una fiera del libro a Milano? C’era bisogno di provare a rubare a Torino la scena in questo campo? Competizione territoriale tra due città così vicine? Come fai a non smettere di amarla questa città – se non altro la sua l’élite politico-culturale – che prende orgogliosa decisioni di questo tipo?

Difficile sopportare che ai giovani (tanti) che arrivano a Milano per un lavoro a 1.200 euro al mese, a termine e precario, è capace di offrire una stanza in coabitazione a 500 o 600 euro. Che sul lavoro in bilico dei giovani costruisca un flusso di rendita da neo-capitalismo allo sbando. La città del nostro Illuminismo, appunto.

3.

Comunque, oggi pomeriggio, a girare per il Parco Trotter o gettando uno sguardo nell’oratorio della Chiesa Santa Maria Bianca della Misericordia si respirava.

Il mercato del lavoro degli altri

1.

Ammettiamo anche che il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti abbia usato l’espressione “giocare a calcetto” per dire “accrescere il capitale relazionale”. Che abbia voluto dire: trovare lavoro è più facile per chi ha molto capitale relazionale.

Lasciamo da parte il suo approssimativo lessico.  Ma è la sostanza della questione che è imbarazzante, per lui che è il Ministro del Lavoro. Per lui e per tutti i neoliberisti che mostrano ogni giorno di non credere a ciò che propongono (guardate con che rapidità si sono liberati dei voucher, senza una parola, senza una difesa pari all’ardore che avevano quando li hanno proposti,  al massimo i più coraggiosi (sic) hanno sussurrato un “però erano utili”).

Imbarazzante questa storia dell’andare “a giocare a calcetto” per trovare lavoro, perché i due capisaldi delle politiche del lavoro negli ultimi due decenni sono stati, da una parte, la creazione dei “centri per l’impiego” (e la promozione delle “agenzie per il lavoro”)  e, dall’altra, la “formazione” (imparare a saper fare cose diverse da quelle che sai fare). E quanto si è investito in questi due ambiti!

Ma se questi sono i capisaldi delle politiche del lavoro in Europa e in Italia perché chiamare ora in causa il capitale relazionale? Il Ministro avrebbe dovuto dire un’altra cosa:  “piuttosto che mandare il curriculum, andate nelle “agenzie per il lavoro” o nei “centri per l’impiego”. E all’occorrenza frequentate corsi di formazione. Ma, appunto, non credono alle politiche che fanno.

2.

Il capitale relazionale è una forma di capitale molto importante e ci sono profonde differenze nel capitale relazionale di cui dispongono gli individui nelle società moderne – nelle città e nelle metropoli in particolare. E queste differenze sono una forma di disuguaglianza. E le “agenzie del lavoro” e i “centri per l’impiego” sono nati per questo, perché in una società nella quale la base economica cambia rapidamente e profondamente e molti perdono il lavoro e lo devono cambiare ci sono gruppi sociali per i quali il (limitato) capitale relazionale di cui dispongono non aiuta più a trovare lavoro.

Se resti disoccupato, il capitale relazionale che avevi perde di valore rispetto all’obiettivo di trovare un nuovo lavoro e non lo ricostruisci “giocando a calcetto”. Non lo ricostruisci proprio più, perché ne avevi comunque poco. E il fatto di perdere la possibilità di accumulare capitale relazionale è forse la conseguenza peggiore quando resti disoccupato. E non sai neppure dove cominciare a cercare lavoro. E ancor meno lo sai se devi muoverti verso un altro segmento del mercato del lavoro. I “centri per l’impiego” sono nati per questo.

3.

Questi neoliberisti che parlano di mercato del lavoro, di capitale relazionale ne hanno molto. Sono occupati in settori stabili e che pagano salari elevati. In genere, hanno anche molto capitale finanziario – che li protegge e tranquillizza. Quando parlano di mercato del lavoro straparlano. Di come veramente funziona il mercato del lavoro degli altri a loro non importa nulla.

Il Ministro del Lavoro e il suo team di consulenti credono nell’importanza del capitale relazionale per il buon funzionamento del mercato del lavoro? Il Ministro avrebbe potuto dirlo con più grazia, ma tant’è. Ma se questa è la sua (loro) idea, va bene. Resta, però, che ora deve cambiare radicalmente le politiche per il lavoro.

Ma non farà nulla, non faranno nulla. A loro non importa molto del mercato del lavoro degli altri.