Germania/Europa [II]

[segue]

1.

Se la rigidità del Governo tedesco sul rispetto dei vincoli di bilancio dei Paesi dell’Unione Europea fosse determinata dalla “antica frugalità e moralità luterana”, ci sarebbe solo da prenderne atto e rassegnarsi, sperando che l’evoluzione culturale segua il suo (lungo) corso fino a far svanire gli effetti della riforma di Lutero… Nelle mani degli economisti, il paradigma culturalista conduce molto spesso a riflessioni prive di senso. La rigidità del Governo tedesco che è oggetto di biasimo è un “fatto politico”, e per questo stiamo qui a discutere dei suoi costi-benefici sociali – sui quali ci sono valutazioni politiche diverse.

Il fastidio che molti economisti provano per il modello di capitalismo che abbiamo imparato a chiamare “soziale Markwirtschaft” è anche quello solo ideologico. In verità, si tratta di un modello che ha una storia molto complessa e istruttiva – anche ambigua –, e riflettendoci su (seriamente) si potrebbero imparare molte cose sul presente – come lo dimostra la splendida ricostruzione condotta in Freedom with Responsability: The Social Market Economy in Germany 1918-1963 di A. J. Nicholls (Clarendon Press 1994). Ma gli economisti ortodossi (compresi i keynesiani di oggi) hanno il terrore di qualsiasi discorso sui fondamenti istituzionali del mercato (dei mercati, sarebbe meglio dire). Perché farebbe apparire risibile la scolastica – “teoria economica” – presentata come scienza nei loro libri di micro-economia.

Non sono tuttavia queste le ragioni che rendono ideologico il contributo di Ciocca. Questo è folklore economicistico – del tipo “What do most Americans want to pass along to the next generation? Freedom … But Germany is different. Of course Germans value freedom … But Germans also value something else highly – beauty ...” come recentemente suggerito da altri due importanti economisti (citati da Wolfgang Streeck, London Review of Books, 4 maggio 2017, pp. 26-28). Il limite principale del contributo di Ciocca è un altro: non ti fa capire che il “progetto europeo” non è un progetto di regolazione macro-economica.

2.

Anche il saggio di Bolaffi, però, non svolge il tema dei contenuti del progetto europeo, neppure li evoca. Nel suo testo – che sintetizza temi già sviluppati in maggiore dettaglio nel suo Cuore tedesco (Donzelli 2013) – Bolaffi spiega con cura i caratteri costitutivi, e il processo che li ha generati, della “nuova Germania”, quella nata dopo la seconda guerra mondiale. In questi anni Bolaffi ci ha insegnato a liberarci dagli inutili stereotipi proiettati sulla Germania dallo storicismo ingenuo, dal quale nascono interpretazioni approssimative e sbagliate, pre-giudizi che diventano ostacoli verso un discorso pubblico utile. Una lettura della Germania che meriterebbe molta attenzione.

In questo testo, tuttavia, non riesce a dirci che cosa è il progetto europeo. La tesi che propone – l’Unione Europea per darsi, consolidarsi e progredire abbia bisogno di un “nemico esterno” non ha significato. Questo nemico esterno fino alla caduta del muro di Berlino sarebbe stato l’Unione Sovietica – che ora non c’è più. E la conclusione del suo saggio è difficile da condividere: “E se fossero proprio le crisi più difficili e le minacce di un nemico spietato a funzionare da ‘levatrici’ di un’Europa unita?” (p. 103). (A chi alluda, con l’espressione “nemico spietato”, non l’ho comunque capito.) Il progetto europeo ha ben altre origini, si alimenta ad altre visioni, ha una storia diversa.

Il progetto europeo non ha certamente una natura geopolitica. Credo che la lettura più precisa e allo stesso tempo rivelatrice del progetto europeo – per quanto possa apparire paradossale (ma proverò a spiegarmi in uno dei prossimi post) ­– l’abbia data Jeremy Rifkin nel suo Sogno Europeo (Mondadori 2004). Nei saggi di Bolaffi e Ciocca si è perso di vista il significato dell’Unione Europea.

3.

Bolaffi apre a un tema di straordinaria importanza quando discute dell’Unione Europea con riferimento alla perdita di rilevanza della categoria “Occidente” e del 1989 come “inizio della storia” (e non come “fine della storia”). Che è poi lo stesso tema di Rifkin! Mentre il progetto europeo si consolida, fino all’inizio degli anni Novanta, il modello di capitalismo dell’Unione Europea diventa di fatto e come progetto sempre più lontano da quello degli Stati Uniti – fino a essere un’altra cosa. La caduta del Muro di Berlino dissolve la dimensione geo-politica che si sovrapponeva necessariamente alla costruzione dell’Unione Europa e parlare di Occidente – con la Germania che ri(apre) la sua interfaccia verso Est – ha iniziato a non significare più nulla. Ha veramente ragione Bolaffi quando sottolinea il carattere epocale del discorso che Angela Merkel ha tenuto il 28 maggio 2017 (“… posso solo dire che noi europei dobbiamo prendere in mano il nostro destino…” (pp. 81-82). Ecco, questa è una traccia da seguire.

È dei contenuti del progetto europeo che dobbiamo ritornare a parlare – un progetto già delineato prima dell’Euro, prima della crisi finanziaria del 2007.