Liberali, liberisti, libertari

Nella lingua italiana ci si può definire liberale, liberista e libertario. Ma anche neo-liberale, neo-liberista e neo-libertario. Se si prova a dare un contenuto a queste categorie per via analitica non se ne esce più. Leggete le voci “liberalismo” (scritta da Nicola Matteucci) e “liberismo” (scritta da Sergio Ricossa) sull’autorevole “Il Dizionario di Politica” (Utet, 2004) – curato da N. Bobbio, N. Matteucci e G. Pasquino – per avere la prova che è impossibile districarsi tra le differenze e giungere a definizioni operative. Troppe le sovrapposizioni, distinzioni, definizioni che si sono accumulate.

Il termine “neoliberale” – che Giovanni Vetritto mi contesta nel suo commento – l’ho usato con consapevolezza nel post (“Becattini a Milano”) che ho dedicato alla recensione di Marco Ponti. L’ho usato come lo usano in molti – ad esempio, David Harvey nel suo A Brief History of Neoliberalism (Oxford University Press, 2005): per riferirsi a un progetto politico che ha come oggetto l’ordinamento economico e che prende forma negli anni Ottanta con D. Reagan e M. Thachter. E si consolida negli anni successivi. Gli interventi per modificare il funzionamento dei “mercati finanziari” e dei “mercati del lavoro” sono stati forse i più discussi. Ma i cambiamenti dell’ordinamento economico orientati a “espandere la sfera del mercato” sono stati molto più ampi. (Io sarei più radicale: a espandere la sfera del potere nelle relazioni economiche).

Ciò che mi interessa esplorare in questo blog  è l’uso (improprio) che i neoliberali hanno fatto in questi anni della “teoria economica” per giustificare il loro (legittimo) progetto politico. (Certo, avrei anche potuto usare il termine “neoliberisti”, che nella lingua italiana identifica lo stesso progetto politico.)

Se i “neoliberali” siano “liberali” – come si chiede Giovanni Vetritto nel suo commento – non saprei dirlo. Sono in molti a definirsi “liberali” in Italia – e di “agende liberali” ne esistono tante e molto diverse. Che significa essere “liberali” oggi? Non lo so e non sto cercando di capirlo. Sto più modestamente cercando di attirare l’attenzione sul “populismo scientifico” alimentato da molti (troppi) economisti: ad esempio, su chi crede (e fa credere) di avere un modello per anticipare gli effetti economici di una riforma costituzionale o su chi crede (e fa credere) che si possa utilizzare Böhm-Bawerk per dimostrare sbagliato un libro di Becattini  sullo sviluppo locale.