Ah, la Banca d’Italia

Dal secondo dopoguerra a oggi, in nessun grande Paese europeo la Banca centrale ha avuto l’importanza che ha avuto in Italia. In nessun altro Paese europeo la Banca centrale segna il dibattito pubblico come fa la Banca d’Italia con la sua “Relazione annuale”. Le conseguenze di questa egemonia culturale – che negli ultimi anni solo l’Istat ha provato a scalfire con il suo “Rapporto annuale” – sono state catastrofiche. In nessun altro Paese europeo il discorso economico si è ridotto all’uso delle categorie della contabilità nazionale così come si realizza nei più stereotipati modelli di crescita proposti dalla “teoria economica”. In Italia è accaduto perché questa visione contabile dell’economia proposta dalla Banca d’Italia è diventata il paradigma dominante.

Come se non fosse già sufficiente egemonizzare il discorso sull’economia nazionale, a un certo punto la Banca d’Italia ha persino iniziato a normalizzare il discorso economico regionale, producendo rapporti sulle economie delle regioni italiane fondati su una visione contabile della società ancora più marcata. Anche lo sviluppo regionale (e locale) doveva essere ricondotto alle semplificazioni della macro-economia ortodossa.

Alla Banca d’Italia, al suo Ufficio Studi, ai suoi economisti non si può però rimproverare nulla: credono nella superiorità del loro paradigma. Resta da spiegare come abbia fatto l’Italia a farsi egemonizzare da un paradigma economico – diventato cultura politica – così profondamente riduzionista. Egemonia che è la prima causa dell’arretratezza italiana. Si dovrebbero leggere criticamente i libri scritti negli ultimi anni dal Direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, per rendersi conto della “ossessione riduzionista” del paradigma della nostra Banca centrale.

Il positivismo latente che informa la cultura di sinistra in Italia si è sempre trovato in sintonia con l’ortodossia economica: nella maggior parte dei casi, in Italia gli economisti di sinistra condividono la stessa idea di “teoria” degli economisti ortodossi. (L’appello sugli effetti economici della riforma costituzionale firmato da molti economisti era politicamente disomogeneo quanto metodologicamente omogeneo.) Non è colpa della Banca d’Italia se un altro paradigma non si è palesato con la forza necessaria a contrastare il loro. Non è colpa della Banca d’Italia e di chi la dirige se il sistema politico italiano non ha mai messo in discussione la posizione che quel paradigma ha nel sistema degli attori pubblici, nei momenti in cui avrebbe potuto ordinatamente farlo. Si sono sentiti sempre al sicuro in Banca d’Italia, molto considerati, i salvatori della patria. I difensori della razionalità politica.

In questa vicenda della “mozione di perplessità” (come chiamarla?) del Partito Democratico c’è un aspetto paradossale: il PD si identifica completamente con il paradigma che ha informato l’attività della Banca d’Italia. Il “liberismo è di sinistra”, nel senso che è di sinistra sottrarre la sfera economica da ogni influenza politica (semplicemente impossibile, ma fa sentire progressisti affermarlo).

Se fosse un problema di vigilanza del sistema bancario, che cosa si dovrebbe pensare del Servizio di vigilanza della Banca d’Italia di fronte all’evidenza di fallimenti bancari determinati da inverosimili decisioni di allocazione del credito da parte di molte, troppe banche? (Ma a chi hanno messo in mano il potere di allocare il credito?) Non è un problema di vigilanza. Non può esserlo, se non marginalmente – forse. Se lo fosse, le implicazioni sarebbero drammatiche (non basterebbe una “mozione di perplessità” per chiudere il discorso e tanto meno un nuovo governatore della Banca Centrale).

Il problema è nell’ordinamento che abbiamo dato al sistema finanziario italiano (senza neppure considerare il difficilissimo compito di gestire il debito pubblico nel quale è coinvolto). Quello che abbiamo è l’ordinamento che i Governi italiani hanno voluto, questo è il tipo di capitalismo finanziario che la “sinistra di governo” ha voluto. (Le pagine più belle sulla follia di questo ordinamento le ha scritte negli ultimi anni Luciano Gallino in Italia.) Che la Banca d’Italia incarna.

Dopo la “crisi finanziaria” del 2007 c’erano ragioni per mettere in discussione l’ordinamento dato al sistema finanziario. E si aveva  anche il tempo per farlo. Sono ben più profonde le cause della crisi del sistema bancario italiano: sono nel paradigma che informa l’evoluzione istituzionale del nostro capitalismo, non nel Governatore della Banca d’Italia.