Ah, la Banca d’Italia [II]

Se la causa della crisi di molte banche locali italiane sono le scelte scriteriate di allocazione del credito, la prima domanda da porsi è la seguente: ma con quali regole sono stati formati i consigli di amministrazione, i collegi dei revisori, assegnate le deleghe operative all’interno della banca e scelto i presidenti?

Sono semplicemente troppo numerose le banche entrate contemporneamente in crisi per non cercare una causa generale che ne spieghi la ragione. L’attenzione sulla vigilanza fa passare in secondo piano la domanda decisiva: ma come hanno fatto, negli stessi anni, delle persone scriteriate e incompetenti – e, almeno in alcuni casi, sembra, di dubbia moralità – ad andare a dirigere (e restarci per anni) molte banche italiane? Questa è la prima domanda da porsi. Perché una tale concentrazione di dirigenti drammaticamente inadeguati nelle banche locali italiane non può essere un caso.

Chi le ha scritte e gestite le regole e le procedure di composizione degli organi di decisione e controllo delle banche ora in crisi? Da quale modello di sistema bancario discendono? Questi temi sono innominabili nel dibattito politico italiano: troppo politici perché prosaici, troppo rischiosi perché semplici.

Poi viene il problema della vigilanza bancaria. E, comunque, cosa ti potevi aspettare su questo terreno da un’istituzione – la Banca d’Italia – di orientamento neoliberale? Lo stesso che, da tempo, informa i cambiamenti istituzionali promossi dai governi in Italia e altrove? Che modello di vigilanza bancaria può discendere da quel paradigma?

Comunque, agli economisti della Banca d’Italia una domanda la farei: è così che il mercato alloca il credito? Quella che abbiamo visto non è certo un’allocazione efficiente!

Sul piano logico, in Banca d’Italia hanno una sola via d’uscita, ora, per non dimettersi tutti: sostenere che con quel modello, la vigilanza non poteva essere efficace; era persino impossibile. Hanno fatto del loro meglio, d’accordo, ma quel modello era il loro modello. Ed era anche il modello della “sinistra di governo”. Di quel modello di sistema finanziario si dovrebbe ora discutere, per cambiarlo.