Ci siamo persi

Scendono ora in campo 46 economisti italiani – molti si definirebbero “di sinistra”, credo – a difesa della Banca d’Italia e contro la mozione (“siffatte irrituali richieste”) votata dal Parlamento. Lo fanno con un appello breve, incerto, reticente.

I 46 economisti “…valutano pericoloso il tentativo di politicizzare le nomine ai vertici di una istituzione la cui indipendenza tecnica e operativa, garantita anche dall’appartenenza al Sistema delle banche centrali europee, è indispensabile all’esercizio della vigilanza sul sistema bancario italiano.” Se l’indipendenza, come scrivono, “[è] garantita anche dall’appartenenza al sistema delle banche centrali” che timori hanno? Forse volevano dire “[è] richiesta anche dall’appartenenza…”. Comunque, il momento decisivo sarà la decisione del Presidente della Repubblica: lascerà che la nomina del prossimo Governatore della Banca centrale sia politicizzata in questa sgangherata maniera? O la renderà politicizzata come prevede il rito (politicizzata lo è comunque, fortunatamente)? Comunque, anche una nomina politica mantiene l’indipendenza tecnica e operativa, che si associa al ruolo e non alla procedura di nomina.

L’affermazione da cui si parte – “l’indipendenza tecnica e operativa (…) è indispensabile all’esercizio della vigilanza sul sistema bancario italiano” – è una tautologia senza contenuto empirico. Indispensabile all’efficace esercizio della vigilanza, sarebbe stato meglio dire. Efficace? Ma è chiaro ai firmatari che stiamo parlando di crisi bancarie che hanno preso forma in una fase nella quale la Banca centrale aveva la totale indipendenza tecnica e operativa? Hanno presente che sono emersi clamorosi casi di malversazioni da parte degli amministratori di queste banche? Si rendono conto che il tema, ora, non è supporre, bensì dimostrare che l’azione di vigilanza è stata svolta correttamente? (Gli economisti neoliberali amano supporre – si sa, una vecchia storia.)

La mozione approvata alla Camera, proposta e difesa dal Partito democratico (mai nominato nell’appello), merita ogni critica. Penosi i modi e le intenzioni con i quali è stata proposta e approvata. Il principale partito di governo disponeva di tutti i mezzi necessari per esercitare la sua influenza in modo civile.

Credo, però, che più della sconclusionata mozione approvata ciò che ha fatto “un pericoloso, ingiustificato e inutile danno alla reputazione internazionale della Banca d’Italia e dell’intero paese” è stato il manifestarsi di questi misteriosi fallimenti bancari. L’appello dei 46 economisti non sottolinea che il Partito democratico – il Partito più importante in Parlamento –, per quanto in modo sbagliato, ha sostenuto con determinazione la tesi che l’azione della vigilanza non è stata svolta correttamente. Questa tesi è diventata una mozione, votata dalla maggioranza che sostiene il Governo. Se i firmatari dell’appello avessero voluto difendere la Banca d’Italia avrebbero dovuto spiegare le ragioni che fanno ritenere infondata questa tesi.

Si legge che i firmatari “reputano quantomeno infondata, sul piano fattuale e di teoria economica, l’opinione di chi cerca di attribuire ogni responsabilità alla Banca d’Italia per la mala gestione e il fallimento di alcuni istituti di credito.” A parte il fatto che sono “numerosi” e non “alcuni” gli istituti di credito coinvolti e che quel “quantomeno” confonde, che cosa sono in grado di dire i 46 economisti per dimostrare l’infondatezza della tesi del Partito Democratico? Fidatevi di noi, della nostre conoscenze: la tesi sulla quale si fonda la mozione è infondata sul piano fattuale e di teoria economica. Ma, Dio mio, indicate almeno un fatto, uno solo che ci rassicuri, che dimostri questa infondatezza. Che cosa c’è su questo “piano fattuale”? E diteci, anche: ma quale tassello di questa onnipotente “teoria economica” dimostrerebbe l’infondatezza della tesi che si sta discutendo? Nell’appello non trovi niente, niente che assomigli a una spiegazione.

(E poi l’ambiguità di quel “ogni responsabilità”. No, non ogni responsabilità, bensì una parte della responsabilità. Perché una parte sarebbe già motivo di preoccupazione.)

I 46 economisti che entrano in campo conoscono la “teoria economica”, si sanno muovere “sul piano fattuale” ma non sono capaci di farci fare fosse soltanto un piccolo passo avanti nella comprensione di quanto è accaduto. Perché qualcosa di reale è accaduto – molti istituti di credito sono falliti – e non riusciamo nel dibattito pubblico a convergere verso una spiegazione.

Non è la Banca d’Italia (e il suo Governatore) a essere indifendibile, bensì la teoria economica (e gli pseudo-fatti) degli economisti neoliberali che ora scendono in campo. Ma in quella credono (come ci crede il Partito Democratico, sin dalla sua nascita). E quella non possono certo metterla in discussione. Così come non possono mettere in discussione gli ordinamenti istituzionali che da quella teoria, fanno credere, discedono.

Nel dibattito pubblico resta una tesi – la responsabilità della Banca d’Italia nelle recenti crisi bancarie – che neppure si prova a corroborare ma che si usa in modo spregiudicato, che neppure si prova a falsificare pur affermando che è falsa. E fiumi di inchiostro sui quotidiani, però. E tanti retroscena. Ci siamo persi.