Sul reddito di base

Qualche tempo fa ho scritto un post ironizzando su un’opinione espressa da Ignazio Visco, Governatore dalla Banca d’Italia, a proposito del “reddito di cittadinanza”. Lo bocciava senza appello, con argomentazioni di una superficialità disarmante (“leggi ferree” che conoscono solo gli economisti neoliberali non lo permetterebbero).

Esce ora in traduzione italiana un libro importante: Philippe Van Parijs e Yannick Vanderborght, Il reddito di base. Una proposta radicale, Bologna: il Mulino, 2017, pp. 1-487. Da leggere per chi ha interesse per il tema.

L’introduzione del reddito di base è una scelta politica. Si può essere a favore o contro, ma con argomentazioni per nulla banali – come questo libro dimostra. Una storia lunga, complessa e affascinante quella della ricerca delle istituzioni che generano una società più equa.

Opinioni senza argomentazioni

Come vicenda politica lascia interdetti. Il Governo, nella “Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza 2017” che pubblica il 27 settembre, di fatto assolve la Banca d’Italia da ogni responsabilità sulle crisi bancarie. Ma subito dopo cambia idea e avalla una mozione promossa dal Partito Democratico che sulle crisi bancarie attribuisce alla Banca d’Italia gravi responsabilità. Ancora qualche giorno e il Governo cambia di nuovo idea, proponendo la conferma di Ignazio Visco a Governatore della Banca d’Italia. (Nel frattempo, il Partito Democratico continua a manifestare quotidianamente tutta la sua contrarietà alla decisione del Governo.) Ancora qualche ora e il Presidente della Commissione di inchiesta parlamentare sulle banche, Pierferdinando Casini, rilascia un’intervista a “La Repubblica” nella quale afferma che dai lavori della Commissione già si emergono ragioni di forte perplessità sull’operato di Banca d’Italia. Ma a quel punto Ignazio Visco è stato già confermato.

Questa surreale vicenda – difficile credere che sia finita – suscita pensieri scontati sulla politica italiana di questo tempo. Meno scontate e certo più importanti sono le considerazioni che dovrebbe indurci a fare sul dibattito pubblico italiano. Senza un clamoroso fallimento cognitivo collettivo le cose sarebbero andate in modo molto diverso. Alla sua origine c’è un fatto, semplice: sulle cause delle crisi bancarie di questi anni non siamo riusciti a comporre una spiegazione condivisa. E neanche spiegazioni alternative da confrontare. Niente. Si sono sentite soltanto opinioni senza argomentazioni da parte degli attori che hanno partecipato al dibattito pubblico.

Un dibattito pubblico nel quale circolano soltanto opinioni senza argomentazioni ti fa entrare dalla porta principale nel mondo della post-verità (che è un mondo totalitario): per falsificare un’opinione si deve mettere in discussione l’argomentazione che sostiene quell’opinione – la sua coerenza logica e la sua relazione con l’evidenza empirica. Se non hai un’argomentazione da mettere in discussione, non puoi fare nulla. Se non affidarti alla (presunta) autorità di chi parla.

Nessuna conoscenza pubblica è stata prodotta sulle crisi bancarie. Chi si è espresso ha usato un “principio di autorità”, per dare un valore di verità a opinioni non accompagnate da argomentazioni. Opinioni che neanche lasciavano trasparire la struttura dell’argomentazione. Difficile capire perché non vi sia stato un solo giornalista, analista, politico o ufficio studi che abbia chiesto al segretario del PD di argomentare la sua tesi sulle responsabilità della Banca d’Italia. Ma a quale conoscenza si alimentava la sua convinzione e quella del partito che dirige? E il Parlamento che approva la mozione di critica all’attività di vigilanza della Banca d’Italia su quale base conoscitiva pubblica si è così platealmente espresso? (Sarebbe interessante analizzare la discussione parlamentare che ha preceduto l’approvazione della mozione per andare alla ricerca delle argomentazioni. Ma c’è stata una discussione parlamentare?)

Ho già fatto notare che i 46 economisti che sono scesi in campo a favore della Banca d’Italia, con la loro autorità, hanno utilizzato un espediente retorico che rendeva superfluo argomentare: fidatevi di noi (come quasi sempre ti chiedono di fare gli economisti neoliberali).

Senza una comunità scientifica militante, muti gli uffici studi delle principali organizzazioni di categoria, distratti i think tank metapolitici, non restava che sperare nel giornalismo. Ma al giornalismo italiano manca la capacità di costruire conoscenza dall’informazione che essi stessi producono. Perché “Il Fatto Quotidiano” – molto attivo su questo fronte – non ha preparato un dossier sulle crisi bancarie, costruendo un’interpretazione che si alimentava all’evidenza empirica che aveva raccolto? Perché non l’ha fatto “Il Sole 24 Ore”, che possiede la redazione più competente su questi temi – e il pubblico più interessato. Perché non l’hanno fatto “La Repubblica” e “Il Corriere della Sera”? Mentre si avvicinava un passaggio politico importante come il rinnovo della carica di Governatore della Banca d’Italia c’erano ragioni per farlo.

Tradisco il mio paradigma assegnando la principale responsabilità in questi vicenda agli analisti. Se invece di firmare un retorico e inutile appello i 46 economisti avessero preparato tre pagine nelle quali argomentavano la loro tesi, questa storia avrebbe preso tutta un’altra piega. E ci saremmo tutti resi conto della trappola nella quale eravamo caduti. Argomentare costa fatica e si corre il rischio di sbagliare. Ma non è una ragione per non farlo. Certo, si potevano anche muovere gli uffici studi della Cgil o della Cisl, della Confindustria o di uno di quei think tank neoliberali così attenti a sottolineare che c’è troppo Stato nel nostro capitalismo. Appunto, troppo Stato.

Più reticenza che prudenza

Francesco Greco, procuratore capo di Milano – di una delle più importanti procure italiane – va in audizione alla “Commissione bicamerale di inchiesta sulle banche” e afferma (così leggo): “…della riforma delle autorità di vigilanza si parla da molto tempo, è difficile districarsi: bisogna decidere chi deve fare certe cose e chi no, perché c’è anche un accavallamento con la Bce, c’è una sorta di scaricabarile. Il sistema non è chiaro, per districarsi tra le autorità di vigilanza tra poco ci vuole un Tom Tom.” E sembra abbia aggiunto, a sintesi del suo pensiero: “Il sistema dei controlli non è del tutto efficiente e chiaro.

“La Repubblica” e “Il Sole 24 Ore”, da dove traggo questa notizia, non danno alcun rilievo alle parole di Francesco Greco. Ma sono affermazioni che andrebbero autorevolmente commentate, in prima pagina.

Se l’interpretazione di Francesco Greco delle ragioni dei dissesti bancari è corretta perché non si sta discutendo dell’efficacia del sistema di vigilanza bancaria? Perché la Banca d’Italia arriva a un passaggio critico come il rinnovo dei suoi vertici senza una proposta di riforma del sistema di vigilanza?

In Banca d’Italia – nelle stanze del nostro più autorevole ufficio studi – condividono queste affermazioni? Se non le condividono dovrebbero dirlo, subito e con una dichiarazione formale. (Poi dovrebbero dare la loro spiegazione delle cause dei dissesti bancari, però.) Ma anche Confindusria dovrebbe esprimere un’opinione – così come altri attori collettivi.

Comunque: da una parte, non si discute di come sia potuto accadere che andassero simultaneamente ai vertici di numerose banche locali italiane degli amministratori dissennati; dall’altra, non si discute dell’efficacia dell’attuale sistema di vigilanza bancaria (e bisogna affidarsi alle parole di un procuratore). Più reticenza intellettuale che prudenza. Sì, sono temi tabù per i neoliberali di destra e di sinistra: discuterli solleverebbe troppi dubbi sulle regole del nostro capitalismo.