Germania/Europa [II]

[segue]

1.

Se la rigidità del Governo tedesco sul rispetto dei vincoli di bilancio dei Paesi dell’Unione Europea fosse determinata dalla “antica frugalità e moralità luterana”, ci sarebbe solo da prenderne atto e rassegnarsi, sperando che l’evoluzione culturale segua il suo (lungo) corso fino a far svanire gli effetti della riforma di Lutero… Continua a leggere “Germania/Europa [II]”

Germania/Europa [I]

1.

Il libro che acquisto alla libreria Feltrinelli della Stazione centrale di Milano per il viaggio che mi aspetta questa volta è Germania/Europa di Angelo Bolaffi e Pierluigi Ciocca, appena uscito per i tipi della Donzelli Editori. Pochi dubbi sull’acquistarlo: Bolaffi lo leggo con piacere e molto interesse: il suo Cuore tedesco. Il modello tedesco, l’Italia e la crisi europea (Donzelli 20131, 20142) l’ho letto (riletto) e consigliato. Pierluigi Ciocca è uno dei più importanti economisti italiani – e durante l’estate avevo dedicato qualche pomeriggio ad alcuni dei saggi contenuti nel suo recente Ai confini dell’economia (Aragno, 2016).

Il libro è composto da due parti, scritte in modo autonomo ­dagli autori. E sono molto diverse nelle conclusioni, più di quanto il risvolto di copertina lasci intendere: propongono interpretazioni opposte, semplicemente inconciliabili. Ho iniziato leggendo il capitolo scritto da Pierluigi Ciocca e vi ho trovato quello che temevo. Per gli economisti convenzionali il capitalismo tedesco è un’insopportabile anomalia (gran parte della realtà è un’anomalia rispetto ai loro modelli, in verità) e quando ne parlano si perdono.

2.

Nel suo capitolo Ciocca presenta una sintetica ricostruzione della dinamica macroeconomica dell’economia della Germania dalla nascita dello Stato tedesco (richiamando una letteratura forse esagerata per un saggio così breve). Ma come molti economisti convenzionali esce dal solco per proporre spiegazioni senza significato – che Bolaffi nel suo di saggio di fatto demolisce (ma, appunto, i due autori non si sono letti a vicenda prima di dare alle stampe il libro: che andrebbe anche bene se ora si aprisse un vero dibattitto sul libro, tra gli autori e tra chi è veramente interessato alle sorti dell’Unione Europea).

Tale visione [economia sociale di mercato], per quanto debole in punto di teoria economica, venne con pragmatismo tradotta in realtà …” (p. 154), scrive Ciocca a un certo punto. La frase “… per quanto debole in punto di teoria…” rivela il mondo parallelo nel quale lavorano molti economisti. Quindi, esiste un sistema di tautologie – “teoria economica” – fuori dal tempo e dallo spazio con la quale giudicare la forza/debolezza degli ordinamenti sociali nelle loro concrete manifestazioni storiche? Mah, il solito delirio di onniscienza di molti economisti.

Scrive Bolaffi nel suo di saggio: “Pensare di poter liquidare, come molti commentatori hanno fatto, dimostrando di non possedere la più elementare conoscenza del tema, l’approccio ordoliberale ‘as an irritating German idea” e del tutto insensato.” (p. 13-14). La Germania che rinasce come economia capitalistica negli anni Cinquanta è un fatto imbarazzante per gli economisti convenzionali. Alcuni anni fa, recensendo per “Lo Straniero” uno dei libri più ideologici apparsi in Italia a memoria (Il liberismo è di sinistra, Il Saggiatore 2007), scritto da due importanti economisti (Alberto Alesina e Francesco Giavazzi), editorialisti de Il Corriere della Sera, avevo ironizzato sul loro chiamare in modo spregiativo il modello di capitalismo tedesco del secondo dopoguerra “una teoria inventata dalla Germania”. Il problema che hanno molti economisti è che quel modello sembra avere funzionato “per quanto debole in punto di teoria economica”.

3.

Pierluigi Ciocca è tra gli economisti italiani uno dei più interessati alle lezioni della ricerca storica. Nel suo saggio l’uso che fa della storia, per spiegare la rigidità della Germania nel campo della politica macroeconomica – rigidità che sarebbe all’origine della crisi del “progetto europeo” – lascia però stupefatti: “Il loro passato novecentesco pesa…”. Quindi la Germania che radicalmente si re-inventa nel secondo dopoguerra – come Bolaffi argomenta con forza in tutto il suo saggio ­– su un punto non sarebbe proprio cambiata: “I tedeschi non vogliono essere debitori.”( p. 184). (Peraltro, chi sarebbero qui i “tedeschi”: le imprese, le famiglie, i Länder, lo Stato?)

Come se questo storicismo ingenuo non bastasse, Ciocca aggiunge un altro livello di spiegazione: “Forse non vogliono [essere debitori] per la loro antica frugalità e moralità luterana: chi pecca deve espiare.” (p. 184). Ma mentre scrive questa frase Ciocca non sa che Bolaffi nel suo saggio sta ironizzando su questo paradigma interpretativo sottolineando che “…spesso si ignora clamorosamente che la Germania non è solo un paese protestante, ma anche profondamente cattolico…” (p.15) e che la cultura politica dei cattolici ha svolto un ruolo determinate nell’organizzare il progetto istituzionale tedesco.

Come Bolaffi, anche Wolfgang Streeck ha autorevolmente ironizzato (London Review of Books, vol. 39, n. 9 del 4 maggio 2017, pp. 26-28) su questa inclinazione di molti economisti verso spiegazioni culturaliste quando parlano della Germania. Economisti che non si rendono conto delle implicazioni logiche per il loro argomentare dell’adottare spiegazioni culturaliste.

[continua]