A Jena

1.

In treno impieghi trenta minuti per andare da Weimar a Jena, e arrivare in una città molto diversa. Goethe che da Weimar l’amministrava impiegava certo di più, ma ci andava comunque spesso, con interesse e con un progetto urbano. Espande l’orto botanico che incorpora nella città abbattendo le mura (e pianta il  ginko, che è ancora lì). Soprattutto, liberalizza l’università e attrae a Jena molti dei maggiori intellettuali tedeschi di quegli anni – e, senza certo immaginarlo, cambia la storia della città.

Appena 4.000 abitanti quando Hegel vi inizia a insegnare, Jena diventa nel corso dell’Ottocento il luogo dove si intersecano itinerari spirituali, intellettuali, politici, industriali e scientifici in una straordinaria alchimia. E diventa uno dei luoghi identitari della Germania moderna – e del capitalismo tedesco si potrebbe aggiungere – per il rapporto tra cultura e politica, umanesimo e scienza, ricerca e innovazione, profitto e coesione sociale. Una città nella quale hanno preso forma, all’interno di un breve perimetro, i miti che alimentano il nostro (vacillante) ottimismo: una “città della conoscenza” che si afferma senza bisogno di essere invocata o progettata. A metà dell’Ottocento a Jena accade quello che vorremmo accadesse oggi in molte città europee, che ci illudiamo possa accadere.

Senza ricordarsi che cosa è Jena per la Germania – e quanto la Germania senta la propria storia e la storia dei luoghi – non si può comprenderne la traiettoria di sviluppo, determinata dall’investimento che lo Stato tedesco ha fatto in questa città dopo la Riunificazione. E senza considerare quanto la Germania ha investito non si può spiegare perché Jena è poi diventata negli ultimi due decenni un caso di successo. Chiamare in causa la capacità competitiva della città, l’energia sociale, il capitale umano, la mobilitazione imprenditoriale come fattori esplicativi della sua traiettoria di sviluppo dopo il 1989 porterebbe fuori strada. Sarebbe inutile retorica. Per la Germania che si riunificava, era nell’ordine delle cose che Jena dovesse tornare a essere quello che era già stata: la “città della conoscenza” per eccellenza, sospesa tra Illuminismo e Romanticismo, tra umanesimo e scienza, tra passato e futuro. Era nell’ordine delle cose l’enorme investimento fatto nella ricostruzione della struttura della città.

2.

Era nell’ordine delle cose nella Germania contemporanea, che rispetta i luoghi e la loro storia in modo così preciso da apparire esagerato, che fa diventare capitale territoriale, sul quale costruire economie, ogni carattere architettonico, storico, ambientale. Riattivare e riconfigurare il capitale territoriale richiede, però, risorse che in molti casi le città non hanno. Certo, non le aveva Jena a metà degli anni Novanta – e se la visitavi te ne accorgevi, senza sforzo e con stupore. Non le avevano Weimar o Naumburg, così come tutte le altre città della Germania orientale. (Così come non ce l’hanno oggi tante città italiane). Senza la redistribuzione spaziale delle risorse assicurata dallo Stato molte città non potevano entrare in una traiettoria di sviluppo economico.

“Lichtstadt Jena” (“Jena città della luce”) – come oggi si definisce alludendo alle diverse dimensioni della sua affascinante storia – non ha più bisogno di aiuto e forse può cominciare a ricambiare l’aiuto che ha ricevuto. Ora è una città che si muove sicura – certo più di molte altre città europee – lungo una traiettoria di sviluppo che mostra i caratteri della città europea contemporanea del futuro. Ricostruita la sua struttura con il sostegno dello Stat , ora ha un potenziale di sviluppo di cui può fare uso.

3.

Jena è una piccola città – poco più di 100.000 abitanti. Non è Amburgo, non è Francoforte (sul Meno), non è Dresda. Una città che potrebbe essere considerata irrilevante nello spazio globale. La sua storia recente – altrettanto quella di Weimar – dimostra però almeno due cose. Innanzitutto, che ci sono Stati in Europa nei quali il policentrismo – proposto e riproposto come un carattere fondativo del Progetto Europeo – è un valore praticato. Le risorse investite a Jena potevano essere investite a Leipzig oppure a Berlino, in omaggio al paradigma (ingannevole) delle “economie di scala” caro ai neoliberisti. Le risorse sono state invece investite a Jena e in molte altre piccole città. In secondo luogo, Jena dimostra che non sono soltanto le grandi città – anche nel tempo della globalizzazione – i luoghi deputati dell’innovazione sociale ed economica.

A Naumburg (Saale)

1.

Sono arrivato seguendo le indicazioni in un posteggio ai margini della città: uno spiazzo imbrecciato con rare auto. Non conoscevo la città, non avevo una mappa, un’idea: volevamo visitare il leggendario Naumburger Dom e non sarebbe stato difficile trovarlo in una città di poco più di 35.000 abitanti. Ci siamo incamminati seguendo un marciapiede alberato e dissestato, costeggiato da binari del tram in disuso, entrando in città dalla parte opposta, percorrendo dall’inizio Jacobsstraße fino a Markt, la piazza centrale. Non c’erano insegne, rari negozi, pochi passanti e una patina di abbandono e di sfinimento della città fisica che non avevo mai visto, che in una città europea di quella bellezza era surreale.

Nel 1999 il risanamento della città era già iniziato, lentamente. Ma che cosa fare di questa città entrata con la Riunificazione in una crisi economica drammatica non credo nessuno lo sapesse. D’altra parte, Naumburg era una delle tante città della Germania orientale in quelle condizioni fisiche e sociali e non aveva la facile geografia di Weimar o Jena e neppure il capitale territoriale di queste due città così vicine e lontane allo stesso tempo. L’avevano lasciata già in molti dal 1989, soprattutto abitanti in età da lavoro, ma una città con quel tessuto urbano, con quel valore storico non la si poteva abbandonare.

Aveva il Duomo, però. Da Markt lo raggiungi percorrendo Herrenstraße, attraversando Lindenring ed entrando nella stretta Stein Weg, con le case piccole e basse che ti aspetti prima che il Duomo ti si presenti in tutta la sua celebrata bellezza. Nel 1999 un percorso che ti faceva sentire un viandante stupito, oggi una camminata attraverso il paesaggio delle “città del turismo povero”, uno slalom tra insegne colorate, cartelli pubblicitari sui quali inciampi, merce in mostra su bancarelle e fiori colorati. Con la speranza che qualcosa si venda, a questi turisti che cercano il Duomo e a questi abitanti con uno dei redditi pro-capite più bassi in Germania.

2.

Questa volta sono arrivato a piedi dalla stazione ferroviaria, che è fuori dalla città (c’è anche un misero tram che l’aggettivo “storico” prova a nobilitare). Arrivi dalla parte del Duomo e incontri il parcheggio, rinnovato e ampliato, a meno di 100 metri, certo schermato dalla vegetazione e dalla struttura dell’insediamento. Hanno fatto quello che non avrebbero dovuto fare, quello che non si dovrebbe mai fare: un parcheggio a servizio di un’emergenza storico-architettonica. In un tempo dominato dal calcolo economico, si vedono troppe economie fondate su calcoli economici confusi, sbagliati. (Ci sarebbero altre ragioni – spirituali, si potrebbe dire – per non farlo un parcheggio così: ma qui entriamo in un’altra sfera). Una comunità che in questi anni si è aggrappata al Duomo come fonte di reddito. Troppo facile giudicarla venendo da Weimar.

Tanto vale percorrerla nella direzione opposta a quella da me intrapresa nel 1999, fino ad arrivare attraverso Jacobsstraße a Holzmarkt, oggi completamente risanata e con una scultura dedicata a Nietzsche – che a Naumburg ha vissuto gli ultimi anni della sua vita. Tanto vale voltare a destra per Weingarten in fondo alla quale trovi la Nietzsche Haus e – su un piano più personale – lo stesso, identico parco giochi di allora dove tutti avevamo una ragione per trascorrervi un po’ di tempo. Ma da Holzmark – lontano dal Duomo –, lontano dalle improbabili strade-mercato che hai attraversato, un’oasi di tranquillità, puoi anche riflettere su questa città che cambia.

3.

Ci sono voluti quasi trenta anni perché un progetto urbano prendesse forma. Il risanamento del centro storico della città sta per essere completato. Il comune di Naumburg si è unificato con alcuni comuni contigui inglobando le terme di Bad Kösen, che sono entrate, assieme al Duomo, nel logo della città. Il paesaggio segnato dai vigneti della regione – Saale-Umstrut – al centro della quale si trova Naumburg è stato valorizzato, così come la sua singolare produzione vinicola. Tutta l’area si candida a diventare “Patrimonio Unesco”.

Forse anche Naumburg ha trovato la strada – ma non l’ha cercata da sola, non è stata lasciata da sola a cercarla.

A Weimar

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Ho visitato Weimar per la prima volta nell’estate del 1998, mentre la città si stava preparando a essere “Capitale europea della cultura (1999)”. La città fisica era in ricostruzione, come dopo un terremoto: non c’era edificio che non avesse bisogno di essere risanato o ristrutturato, non c’era infrastruttura che non dovesse essere rifatta, adeguata. Si camminava tra le impalcature, ai bordi di strade in rifacimento.

Come in tutte le città della Germania orientale dopo la riunificazione, la ricostruzione fisica non era il problema più difficile. Non mancavano le competenze, non mancavano i fondi, non mancava la capacità organizzativa, non mancava la pazienza (ci vuole tempo per ricostruire). E non mancava neppure l’accordo politico – come esito di conflitti, certo – sulle priorità: hanno completato la ricostruzione fisica (molto) prima a Weimar che a Naumburg, a Jena che a Gera o Altenburg (ogni città sembra avere una sua posizione nel cronoprogramma della ricostruzione della Germania orientale).

Dopo la riunificazione il problema più difficile era la ricostruzione economica della città. Come in tutte le città della Germania orientale, a Weimar la base economica si era disintegrata. Con Erfurt, capitale della Turingia, a pochi minuti di treno a ovest e con Jena, la città della ricerca e dell’innovazione per eccellenza in Germania (e in Europa), a pochi minuti di treno a est a quale base economica poteva aspirare Weimar? Che spazio poteva trovare nel sistema urbano regionale e nazionale?

Mentre nell’estate del 1998 visitavo Weimar non immaginavo che in quella parte di Germania avrei vissuto gran parte della mia vita nei cinque anni successivi. Non immaginavo che sarei stato testimone della rinascita economica e fisica di Weimar – così come di quella di Jena (che sarebbe diventata la mia città di adozione). In che direzione stessero andando le due città, che base economica si voleva dare a esse, era però già evidente. E continuo a essere stupito, quando ci rifletto, dalla naturale semplicità con la quale società locale e società nazionale hanno fatto la scelta che doveva essere fatta. Così come mi sarei stupito della lenta, paziente e ordinata ricostruzione che osservavo prendere corpo.

Weimar doveva diventare – e lo è diventata – una Kulturstadt. Lo sarebbe diventa in un modo così coerente e preciso che anche la sua stazione è oggi una KulturBahnhof – una stazione che della città anticipa molte cose: i colori, i materiali, la spazialità, la temporalità, la misura. E oggi Weimar ha una base economica solida, che genera reddito e benessere per chi la abita. Una città che si visita per i “servizi culturali” che produce, per il capitale culturale che ti mette a disposizione.

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Una città-della-cultura ha un passato che certo ripropone, ma senza mercificarlo. Soprattutto, ha un passato che informa il suo presente e che usa per pensare il futuro. Che a Weimar abbia avuto inizio la straordinaria storia del “Movimento Bauhaus” lo imparerai visitando il Bauhaus Museum nella Theaterplatz, ma lo capirai ancora meglio guardando il nuovo e più grande edificio nel quale il museo sarà trasferito. Lo capisci salendo per Leibnizallee fino al nuovo insediamento “Neues Bauen am Horn”, oppure riflettendo sulle forme in cui si esprime la creatività nelle produzioni personalizzate dei beni della vita quotidiana che trovi esposti in molte vetrine. Lo capisci senz’altro dal fatto che ora c’è una Bauhaus Universität.

Su questa eredità hanno costruito un percorso di investimento e di innovazione su tutto lo spettro della produzione culturale, compresa quella che ha bisogno della manualità per esprimersi. Sarebbe stato molto facile mercificare la città, usando Goethe e Schiller, ma non avrebbe ricostruito la base economica e sociale della città. Certo, non avrebbe fatto nascere una città-della-cultura, con la sua complessa economia, con la sua valorizzazione del lavoro intellettuale e manuale.

Erano dieci anni che non tornavo a Weimar. La città è diventata quello che voleva e doveva diventare. E ti puoi sedere sotto il Carl-August-Denkmal a Platz der Demokratie aspettando il momento in cui ti viene il desiderio di entrare nell’Ilm Park che hai difronte, pensando a quanto sia importante saperle governare le città: Weimar è una (piccola) città che ha dato forma a una visione – una visione di grande interesse per chi studia la città europea.