Opinioni senza argomentazioni

Come vicenda politica lascia interdetti. Il Governo, nella “Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza 2017” che pubblica il 27 settembre, di fatto assolve la Banca d’Italia da ogni responsabilità sulle crisi bancarie. Ma subito dopo cambia idea e avalla una mozione promossa dal Partito Democratico che sulle crisi bancarie attribuisce alla Banca d’Italia gravi responsabilità. Ancora qualche giorno e il Governo cambia di nuovo idea, proponendo la conferma di Ignazio Visco a Governatore della Banca d’Italia. (Nel frattempo, il Partito Democratico continua a manifestare quotidianamente tutta la sua contrarietà alla decisione del Governo.) Ancora qualche ora e il Presidente della Commissione di inchiesta parlamentare sulle banche, Pierferdinando Casini, rilascia un’intervista a “La Repubblica” nella quale afferma che dai lavori della Commissione già si emergono ragioni di forte perplessità sull’operato di Banca d’Italia. Ma a quel punto Ignazio Visco è stato già confermato.

Questa surreale vicenda – difficile credere che sia finita – suscita pensieri scontati sulla politica italiana di questo tempo. Meno scontate e certo più importanti sono le considerazioni che dovrebbe indurci a fare sul dibattito pubblico italiano. Senza un clamoroso fallimento cognitivo collettivo le cose sarebbero andate in modo molto diverso. Alla sua origine c’è un fatto, semplice: sulle cause delle crisi bancarie di questi anni non siamo riusciti a comporre una spiegazione condivisa. E neanche spiegazioni alternative da confrontare. Niente. Si sono sentite soltanto opinioni senza argomentazioni da parte degli attori che hanno partecipato al dibattito pubblico.

Un dibattito pubblico nel quale circolano soltanto opinioni senza argomentazioni ti fa entrare dalla porta principale nel mondo della post-verità (che è un mondo totalitario): per falsificare un’opinione si deve mettere in discussione l’argomentazione che sostiene quell’opinione – la sua coerenza logica e la sua relazione con l’evidenza empirica. Se non hai un’argomentazione da mettere in discussione, non puoi fare nulla. Se non affidarti alla (presunta) autorità di chi parla.

Nessuna conoscenza pubblica è stata prodotta sulle crisi bancarie. Chi si è espresso ha usato un “principio di autorità”, per dare un valore di verità a opinioni non accompagnate da argomentazioni. Opinioni che neanche lasciavano trasparire la struttura dell’argomentazione. Difficile capire perché non vi sia stato un solo giornalista, analista, politico o ufficio studi che abbia chiesto al segretario del PD di argomentare la sua tesi sulle responsabilità della Banca d’Italia. Ma a quale conoscenza si alimentava la sua convinzione e quella del partito che dirige? E il Parlamento che approva la mozione di critica all’attività di vigilanza della Banca d’Italia su quale base conoscitiva pubblica si è così platealmente espresso? (Sarebbe interessante analizzare la discussione parlamentare che ha preceduto l’approvazione della mozione per andare alla ricerca delle argomentazioni. Ma c’è stata una discussione parlamentare?)

Ho già fatto notare che i 46 economisti che sono scesi in campo a favore della Banca d’Italia, con la loro autorità, hanno utilizzato un espediente retorico che rendeva superfluo argomentare: fidatevi di noi (come quasi sempre ti chiedono di fare gli economisti neoliberali).

Senza una comunità scientifica militante, muti gli uffici studi delle principali organizzazioni di categoria, distratti i think tank metapolitici, non restava che sperare nel giornalismo. Ma al giornalismo italiano manca la capacità di costruire conoscenza dall’informazione che essi stessi producono. Perché “Il Fatto Quotidiano” – molto attivo su questo fronte – non ha preparato un dossier sulle crisi bancarie, costruendo un’interpretazione che si alimentava all’evidenza empirica che aveva raccolto? Perché non l’ha fatto “Il Sole 24 Ore”, che possiede la redazione più competente su questi temi – e il pubblico più interessato. Perché non l’hanno fatto “La Repubblica” e “Il Corriere della Sera”? Mentre si avvicinava un passaggio politico importante come il rinnovo della carica di Governatore della Banca d’Italia c’erano ragioni per farlo.

Tradisco il mio paradigma assegnando la principale responsabilità in questi vicenda agli analisti. Se invece di firmare un retorico e inutile appello i 46 economisti avessero preparato tre pagine nelle quali argomentavano la loro tesi, questa storia avrebbe preso tutta un’altra piega. E ci saremmo tutti resi conto della trappola nella quale eravamo caduti. Argomentare costa fatica e si corre il rischio di sbagliare. Ma non è una ragione per non farlo. Certo, si potevano anche muovere gli uffici studi della Cgil o della Cisl, della Confindustria o di uno di quei think tank neoliberali così attenti a sottolineare che c’è troppo Stato nel nostro capitalismo. Appunto, troppo Stato.

Da dove iniziare?

Bergamo 2017

Si potrebbe iniziare leggendo le pagine che alle crisi bancarie in corso in Italia dedica il NEDEF – “Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza 2017”. Un Documento ufficiale, fondamentale, che il Governo presenta al Parlamento – che ha presentato qualche settimana fa. La sua approvazione è un atto politico di primaria importanza, in particolare in un paese come l’Italia con un debito pubblico enorme.

In questo “Documento” – tra le molte, molte altre cose – il Governo indica il costo delle crisi bancarie per la finanza pubblica. Afferma – con chiarezza – che, ad esempio, il salvataggio di Monti dei Paschi di Siena ha avuto un costo per la finanza pubblica di 3,9 miliardi di euro. Se la negoziazione delle sofferenze bancarie non va per il verso giusto si è già impegnato per altri 1,5 miliardi di euro. Indica anche il costo  per le due banche venete. Trovate tutte le informazioni alle pagine 49-51 del “Documento” se volete: pagine evidenziate come uno dei “focus” del “Documento dal titolo “Recenti interventi sul sistema bancario e impatto sulla finanza pubblica”. La cifra complessiva è alta, potrebbe aumentare ancora e di molto. Ma ora non interessano i dettagli.

I interessa sottolineare che il “Documento” giustifica l’impiego delle ingenti risorse pubbliche impiegate per i salvataggi bancari proponendo un’interpretazione – narrazione, se volete – delle crisi bancarie. Non lo fa con la linearità che sarebbe necessaria, ma non lascia dubbi: le crisi bancarie italiane sono la conseguenza della crisi dell’economia italiana. Se non l’avessimo sterilizzate con risorse pubbliche, le crisi bancarie si sarebbero propagate con effetti drammatici sull’economia italiana. Le risorse pubbliche impiegate nei salvataggi sono il costo che abbiamo dovuto sopportare per il beneficio di aver evitato il crollo del sistema finanziario.

Questa è l’interpretazione del Governo. Prima di metterla in discussione, proviamo a riflettere sul dibattito pubblico che si sta svolgendo sul tema alla luce di questa interpretazione delle cause delle crisi bancarie.

Ora sappiamo che il Governo – compreso il Ministro dell’Economia – è stato direttamente coinvolto nella mozione parlamentare che criticava l’attività di vigilanza della Banca d’Italia: ha partecipato alla ri-scrittura della mozione, addirittura proposta da un membro del Governo stesso. Che cosa dire?  Secondo il più importante “Documento” che il Governo è chiamato a presentare annualmente, la Banca d’Italia non ha alcuna responsabilità nelle crisi bancarie. In una mozione che si discute qualche giorno dopo, presentata dal partito di maggioranza, il Governo avalla l’ipotesi di gravi responsabilità della Banca d’Italia.

I 46 economisti che firmano l’appello in difesa della Banca d’Italia non ci aiutano – come ho già fatto notare. Scrivono l’appello ricorrendo a un classico espediente retorico, che permette di evitare la questione centrale: “reputano quantomeno infondata, sul piano fattuale e di teoria economica, l’opinione di chi cerca di attribuire ogni responsabilità alla Banca d’Italia per la mala gestione e il fallimento di alcuni istituti di credito.” Sono, quindi, d’accordo con l’interpretazione proposta nel NEDEF? Perché non dirlo con semplicità: riteniamo che le crisi bancarie siano state causate dalla crisi economica e non da manchevolezza nell’azione di vigilanza della Banca d’Italia. Come ritiene il Governo. Oppure hanno in mente una causa diversa? No, non si espongono: non falsificano, non corroborano! Ci lasciano nel mistero: ma quali sono le cause di queste crisi bancarie?

Ora, la “Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza” è un atto politico. Si fonda, però, sulle valutazioni dell’organo tecnico più qualificato che ci sia oggi in Italia in campo economico, il Ministero di Economia e Finanza – con i suoi Dipartimenti. Il Partito Democratico, invece, su quale base conoscitiva ha formulato le sue critiche alla Banca d’Italia? Quale “gruppo di esperti” (Think Tank, se preferiscono) ha alimentato con la propria conoscenza la loro presa di posizione, così netta? E perché prima di presentare e votare la mozione non sono usciti allo scoperto mettendo sul tavolo cinque pagine nelle quali argomentavano la loro tesi? E infine: perché il PD si appresta a votare il NEDEF che contraddice platealmente la loro mozione di sfiducia nei confronti del Governatore di Banca d’Italia?

D’altra parte, però, la Banca d’Italia sta multando molti amministratori di banche coinvolte nella crisi. Ritiene, quindi, che non abbiano agito correttamente. Questi comportamenti scorretti sono cause marginali dei fallimenti bancari oppure cause decisive? E perché questi casi conclamati di malversazioni non sono stati menzionati nel NEDEF come concause delle crisi bancarie, benché siano stati formalmente accertati dalla Banca d’Italia stessa?

Ma che dibattito pubblico stiamo conducendo su un tema così importanti? Ci siamo persi, veramente:  Per reticenza più che per prudenza.

 

 

Ci siamo persi

Scendono ora in campo 46 economisti italiani – molti si definirebbero “di sinistra”, credo – a difesa della Banca d’Italia e contro la mozione (“siffatte irrituali richieste”) votata dal Parlamento. Lo fanno con un appello breve, incerto, reticente.

I 46 economisti “…valutano pericoloso il tentativo di politicizzare le nomine ai vertici di una istituzione la cui indipendenza tecnica e operativa, garantita anche dall’appartenenza al Sistema delle banche centrali europee, è indispensabile all’esercizio della vigilanza sul sistema bancario italiano.” Se l’indipendenza, come scrivono, “[è] garantita anche dall’appartenenza al sistema delle banche centrali” che timori hanno? Forse volevano dire “[è] richiesta anche dall’appartenenza…”. Comunque, il momento decisivo sarà la decisione del Presidente della Repubblica: lascerà che la nomina del prossimo Governatore della Banca centrale sia politicizzata in questa sgangherata maniera? O la renderà politicizzata come prevede il rito (politicizzata lo è comunque, fortunatamente)? Comunque, anche una nomina politica mantiene l’indipendenza tecnica e operativa, che si associa al ruolo e non alla procedura di nomina.

L’affermazione da cui si parte – “l’indipendenza tecnica e operativa (…) è indispensabile all’esercizio della vigilanza sul sistema bancario italiano” – è una tautologia senza contenuto empirico. Indispensabile all’efficace esercizio della vigilanza, sarebbe stato meglio dire. Efficace? Ma è chiaro ai firmatari che stiamo parlando di crisi bancarie che hanno preso forma in una fase nella quale la Banca centrale aveva la totale indipendenza tecnica e operativa? Hanno presente che sono emersi clamorosi casi di malversazioni da parte degli amministratori di queste banche? Si rendono conto che il tema, ora, non è supporre, bensì dimostrare che l’azione di vigilanza è stata svolta correttamente? (Gli economisti neoliberali amano supporre – si sa, una vecchia storia.)

La mozione approvata alla Camera, proposta e difesa dal Partito democratico (mai nominato nell’appello), merita ogni critica. Penosi i modi e le intenzioni con i quali è stata proposta e approvata. Il principale partito di governo disponeva di tutti i mezzi necessari per esercitare la sua influenza in modo civile.

Credo, però, che più della sconclusionata mozione approvata ciò che ha fatto “un pericoloso, ingiustificato e inutile danno alla reputazione internazionale della Banca d’Italia e dell’intero paese” è stato il manifestarsi di questi misteriosi fallimenti bancari. L’appello dei 46 economisti non sottolinea che il Partito democratico – il Partito più importante in Parlamento –, per quanto in modo sbagliato, ha sostenuto con determinazione la tesi che l’azione della vigilanza non è stata svolta correttamente. Questa tesi è diventata una mozione, votata dalla maggioranza che sostiene il Governo. Se i firmatari dell’appello avessero voluto difendere la Banca d’Italia avrebbero dovuto spiegare le ragioni che fanno ritenere infondata questa tesi.

Si legge che i firmatari “reputano quantomeno infondata, sul piano fattuale e di teoria economica, l’opinione di chi cerca di attribuire ogni responsabilità alla Banca d’Italia per la mala gestione e il fallimento di alcuni istituti di credito.” A parte il fatto che sono “numerosi” e non “alcuni” gli istituti di credito coinvolti e che quel “quantomeno” confonde, che cosa sono in grado di dire i 46 economisti per dimostrare l’infondatezza della tesi del Partito Democratico? Fidatevi di noi, della nostre conoscenze: la tesi sulla quale si fonda la mozione è infondata sul piano fattuale e di teoria economica. Ma, Dio mio, indicate almeno un fatto, uno solo che ci rassicuri, che dimostri questa infondatezza. Che cosa c’è su questo “piano fattuale”? E diteci, anche: ma quale tassello di questa onnipotente “teoria economica” dimostrerebbe l’infondatezza della tesi che si sta discutendo? Nell’appello non trovi niente, niente che assomigli a una spiegazione.

(E poi l’ambiguità di quel “ogni responsabilità”. No, non ogni responsabilità, bensì una parte della responsabilità. Perché una parte sarebbe già motivo di preoccupazione.)

I 46 economisti che entrano in campo conoscono la “teoria economica”, si sanno muovere “sul piano fattuale” ma non sono capaci di farci fare fosse soltanto un piccolo passo avanti nella comprensione di quanto è accaduto. Perché qualcosa di reale è accaduto – molti istituti di credito sono falliti – e non riusciamo nel dibattito pubblico a convergere verso una spiegazione.

Non è la Banca d’Italia (e il suo Governatore) a essere indifendibile, bensì la teoria economica (e gli pseudo-fatti) degli economisti neoliberali che ora scendono in campo. Ma in quella credono (come ci crede il Partito Democratico, sin dalla sua nascita). E quella non possono certo metterla in discussione. Così come non possono mettere in discussione gli ordinamenti istituzionali che da quella teoria, fanno credere, discedono.

Nel dibattito pubblico resta una tesi – la responsabilità della Banca d’Italia nelle recenti crisi bancarie – che neppure si prova a corroborare ma che si usa in modo spregiudicato, che neppure si prova a falsificare pur affermando che è falsa. E fiumi di inchiostro sui quotidiani, però. E tanti retroscena. Ci siamo persi.